23/12/2009 Il Sole 24 Ore Roma
Con la proroga un terzo di clienti in più

Con la proroga un terzo di clienti in più


Gli studi professionali fanno un bilancio mentre si preparano alla nuova scadenza
Serena Riselli
Alessandra Tibollo
Concluso il rush finale del 15 dicembre, negli studi romani già si pensa alla proroga dello scudo fiscale fissata al 30 aprile. «Potrebbe esserci un incremento - afferma Corrado Rosano, socio dello studio Nunziante Magrone - dal 30 al 50%. Prime fra tutte le persone che detenevano all'estero asset immobiliari o più sofisticati, che richiedevano pertanto una riorganizzazione preventiva, e che non sono riusciti ad espletare le attività preliminari in tempi utili».
Molti i clienti rimasti in sospeso, quindi, che potranno approfittare della riapertura dei termini, benché con l'aliquota maggiorata al 6 e 7%. Per lo più, racconta Marco Graziani, partner di Legance, erano stati «scoraggiati dai tempi stretti e dalle difficoltà operative incontrate». Spesso, continua «i clienti riscontravano problemi nel ricostruire situazioni o strutture molto complesse e risalenti nel tempo, o a reperire la documentazione richiesta, anche per le verifiche necessarie ai fini antiriciclaggio».
Per Flaviano Ciarla, partner di Pirola Pennuto Zei, «le questioni più complesse sono state di natura interpretativa prima ancora che operativa, come dimostrano le cinque circolari emanate dell'agenzia delle Entrate».
«La predilezione per le attività di investimento immobiliare è proprio una particolarità laziale, che ha comportato la necessità di aspettare fino all'ultimo per raccogliere tutte le indicazioni e finalizzare la procedura», spiega Leo De Rosa, partner dello studio Russo De Rosa Bolletta. La vera novità dello scudo fiscale ter è stata la volontà dei clienti di scudare l'intero capitale «rimpatriando tutto il patrimonio rimasto all'estero senza continuare a tenere il piede in due scarpe». E c'è chi ha approfittato delle cosiddette "cause ostative" che consentivano di posticipare fino al 31 dicembre 2010 la definizione della procedura di emersione, purché venisse pagata l'aliquota del 5 per cento. Per Roberto Rocchi, commercialista e partner dello studio di Sts Deloitte «la più grande difficoltà è stata valorizzare l'attività da far emergere soprattutto per le strutture finanziarie complesse: in alcuni casi, i clienti hanno pagato un'imposta straordinaria più alta per evitare possibili future contestazioni sui criteri di valutazione adottati». Anche per chi si è interfacciato soprattutto con le banche estere non sono mancati i problemi. «Le banche - afferma Luciano Acciari, partner dello studio Gianni, Origoni, Grippo - ci hanno prospettato numerose questione pratiche, legate soprattutto alla modalità di emersione di attività diverse dalla liquidità, di immobili o strumenti finanziari atipici». Corrado Rosano, che ha lavorato soprattutto con banche del Lussemburgo, racconta che «hanno cercato soprattutto di capire il quadro normativo in relazione alla tenuta giuridica dello scudo e avere garanzie sulle esimenti in sede penale».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

   





P.IVA 06080161000