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Mediterraneo a fuoco, legali agitati
Tra le aziende italiane all'estero molte hanno interessi economici in Egitto, Albania e Tunisia
Le law firm seguono con attenzione l'evolversi delle crisi
Dopo la rivoluzione dei gelsomini e la tempesta che ha investito a catena paesi del Mediterraneo, come l'Albania, l'Algeria, l'Egitto e il Libano, quali sono e, soprattutto, quali potrebbero essere le prospettive per gli operatori italiani che hanno un business nell'area? Si può parlare di sereno dopo la tempesta o permane una situazione di instabilità? AvvocatiOggi Aggiungi un appuntamento per oggi lo ha chiesto ad alcuni degli studi legali che da tempo hanno puntato sul Mediterraneo. Tra questi CMS Adonnino Ascoli & Cavasola Scamoni. «CMS ha notevoli interessi nell'area del Nord Africa», dice Paolo Bonolis, partner dello studio romano, «assistendo clienti soprattutto europei operanti in loco, tra cui ad esempio, la società italiana Asa International del gruppo Gesenu, che ha l'appalto per la gestione dei rifiuti urbani di buona parte de Il Cairo. Al pari dei nostri clienti seguiamo quindi con molta attenzione gli sviluppi delle vicende politiche nell'area, sperando che le stesse non sfocino in una crisi sociale ed economica nei paesi coinvolti».In attesa di capire quale piega prenderanno gli eventi, anche lo Studio Nunziante Magrone, presente in Albania e in Turchia. Due sedi, quelle di Istanbul e Tirana, create come primo passo verso la realizzazione di uno Studio Mediterraneo a servizio delle imprese italiane. «Difficile prevedere in questo momento quali ripercussioni avrà nel medio termine l'attuale instabilità politica sulle iniziative delle imprese italiane nell'area mediterranea», dichiara Gianmatteo Nunziante, socio fondatore dello Studio.«Se a prevalere saranno le istanze fondamentaliste è facile prevedere un graduale disimpegno, specie per le pmi, forse congenitamente meno aduse ad interagire con i regimi. Ma uno scenario del genere, cui è difficile credere, produrrebbe effetti, temo, ben oltre l'area mediterranea! Se invece il tutto dovesse evolvere nel senso di un consolidamento della democrazia, come l'ala progressista lascia sperare, le imprese italiane, superato l'attuale stato di tensione, continueranno a guardare con crescente interesse a questi paesi, più vicini di quanto non si creda (e non solo da un punto di vista meramente geografico) all'Italia. Basti guardare alla Turchia, retta da un governo che pur se sensibile alle istanze dei partiti tradizionalisti, ha fatto sì che il paese si affermasse negli ultimi anni come punto d'incontro tra la cultura medio-orientale e quella occidentale: il mercato ci crede sempre di più, l'economia cresce come in pochi altri paesi e le imprese italiane presenti, nel giro di pochi anni, sono più che raddoppiate». Complessivamente, gli operatori italiani sembrano non intenzionati a lasciarsi scoraggiare. Cominciano a tornare, infatti, operative le imprese in loco, assistite da un help desk creato in collaborazione con Confindustria. È ciò che emerge dai primi riscontri dell'Ice. È difficile, invece, capire se per le nostre aziende la produttività sia tornata alla normalità. Un altro nodo da sciogliere per le aziende italiane che ammiccano alla sponda Sud del Mediterraneo riguarda, poi, lo stato dei numerosi progetti di cooperazione bilaterale avviati nell'ultimo anno. Tra questi, il progetto «Cast - Cooperazione allo sviluppo territoriale». Un'iniziativa multi-attori di supporto al partenariato territoriale con la Tunisia per l'internazionalizzazione delle piccole e medie imprese e dei sistemi di sviluppo locali. Un'opportunità da 200 milioni di euro: questo il tetto record finanziabile stabilito dal ministero degli esteri italiano. L'iniziativa, infatti, è sviluppata in coordinamento con il Mae, impegnato a facilitare lo sviluppo delle relazioni degli operatori italiani con i partner tunisini. Altro progetto, «Med in Italy». Il programma, che si inscrive nelle iniziative promosse da Unioncamere, prevede la partecipazione di qualche migliaio di imprese e di decine e decine di camere di commercio italiane. Coinvolto nel progetto, Antonio De Capoa delle Studio bolognese De Capoa, presidente della Camera di Commercio italo-libica. «Med in Italy», commenta De Capoa, di rientro da un incontro con gli operatori italiani coinvolti nel progetto in Egitto, Libia e Marocco, «è emblematico dell'interesse che ora il Sistema Paese Italia nutre verso l'area mediterranea. Ciò che mi sento sicuramente di dire, non per essere ottimista a tutti i costi, è che non ci sono fattori che facciano presagire instabilità nell'area. In Tunisia ed in Algeria la situazione si è ormai normalizzata. L'Egitto è l'unico paese dove permangono tensioni. Ma l'Egitto è solo un paese all'interno di un intero continente. Bisogna guardare alla situazione in una prospettiva generale». «È l'intero continente africano a dover attrarre l'attenzione degli operatori italiani», continua De Capoa. «Tutti parlano di Cina, India, Brasile. Io dico che bisogna puntare sull'Africa e, per farlo al meglio, sto dando vita ad un'alleanza di studi professionali africani per poter garantire al mercato italiano una rete di professionisti adeguati». Ed effettivamente anche il Censis definisce la piattaforma nordafricana come «la vera Cina dell'Italia», per la sua vicinanza geografica e per le potenzialità che offre in termini di ampliamento dei mercati. Grazie agli accordi bilaterali e multilaterali siglati con i paesi dell'Uma (Unione del Maghreb arabo), come l'Accordo di Agadir, stipulato tra Tunisia, Marocco, Egitto e Giordania, il Nord Africa è, infatti, piattaforma ideale per l'approccio italiano ai mercati maghrebini e mediorientali. Buone, per esempio, le opportunità offerte dal Marocco che, oltre ad essere un paese caratterizzato da serenità politica ed economica, secondo i dati del Fondo Monetario ha registrato nel 2009 il tasso di crescita maggiore dell'area (5,2%). Discorso simile vale per la Libia. «Il paese», spiega De Capoa, «ha varato una serie di piani di crescita che coinvolgono anche l'Italia. Basti pensare ai 240 milioni messi a disposizione dal governo libico per consentire l'acquisto di piccole quote di pmi italiane o ai programmi di training on the job che consentiranno a migliaia di giovani libici di venirsi a formare in Italia a spese del governo. Gli affari verso l'area mediterranea proseguono e nessuno ha intenzione di cancellare i contratti. Credo, quindi, che al momento sia più un problema emotivo che non commerciale. Anzi, probabilmente gli operatori italiani potrebbero in futuro giovare di una maggiore democratizzazione di alcuni di questi sistemi attualmente in crisi».Abbastanza positive anche le previsioni di Pietro Fioruzzi, partner dello studio legale Cleary Gottlieb. Lo studio, da tempo attivo nell'area, soprattutto nel settore delle operazioni straordinarie, si avvale, tra l'altro, della presenza a Milano della legale egiziana Dina Hashish. «Come immaginabile», commenta Fioruzzi, «al momento ci sono ripercussioni negative, amplificate anche dalle difficoltà di comunicazioni di questi giorni. In un orizzonte temporale più lungo, invece, questo processo di democratizzazione potrebbe imprimere ulteriore dinamismo alle economie e all'imprenditoria locale e attirare ancora maggiori investimenti dall'estero»© Riproduzione riservata.

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