07/03/2011 La Repubblica Affari Finanza
Il rebus dei Fondi senza Sovrani
Il rebus dei Fondi senza Sovrani
Il vento di rivoluzione che attraversa tutto il Medio Oriente apre un pesante interrogativo sul destino dei potenti strumenti finanziari nati per reinvestire i surplus petroliferi, che ammontano in totale a 2.500 miliardi di dollari

Afine novembre, nel momento più drammatico della crisi dell'Irlanda, partì un negoziato segreto fra l'Unione Europea e il governo di Tripoli: il Fondo sovrano Lybian Investment Authority si era detto disponibile ad intervenire in soccorso del paese. L'accordo saltò solo per l'opposizione di alcuni membri dell'Ue. Due anni prima, un fondo di Abu Dhabi aveva permesso il salvataggio della Citigroup, altri erano entrati in Deutsche Bank, Daimler, Unicredit. I Fondi sovrani dei paesi arabi sembravano i padroni del mondo. Torneranno quei tempi, o verranno spazzati via dal vento di rivoluzione che spira in tutto il Medio Oriente? dando proprio in questi giorni ad aprire l'ufficio di Abu Dhabi dello studio Gianni Origoni Grippo & Partn e r s . « E ' p r e v i s t a un'ampia serie di fattispecie giuridiche e i comportamenti sono abbastanza codificati. Certo - ammette Giallombardo - non è prevista negli statuti l'eventualità di un cambio di governo». La gestione riservata al sovrano e/o ai suoi familiari è una caratteristica insita nella natura dei Fondi. «Non Il caso della Libia potrebbe non restare l'unico. Anzi. «Uno dei rischi più grandi posti dalla crisi in Nordafrica e Medio Oriente è la possibilità che vengano smantellati i Fondi sovrani», ha confermato il ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, venerdì scorso. «Pensate agli effetti destabilizzanti», ha puntualizzato. Ma qual è per ora la situazione? Le attività del Fondo sovrano Lia sono congelate in America, unitamente a quelle personali di Gheddafi, in forza dell 'executive order emesso da Obama il 28 febbraio in adempimento alla risoluzione 1970 dell'Onu del giorno precedente: in tutto 30 miliardi di dollari, il maggior sequestro della storia negli Usa a carico di uno Stato estero. In Europa invece sono congelati dal 3 marzo i beni direttamente ascrivibili a Gheddafi e a 25 membri del suo inner circle, quantificati in altri 40 miliardi . Per il Fondo sovrano, ha chiarito lo stesso Tremonti, «stiamo discutendo in sede europea se allargare il blocco». Ma l'impressione prevalente presso analisti ed esperti di finanza globale è che il potere fin a n z i a r i o d e l fondo libico, 70 miliardi di dollari di consistenza, si sia sgretolato come il regime del colonnello. Si è entrati così in una fase di totale incertezza. «I Fondi sovrani non appartengono al sovrano ma al paese», puntualizza Carlo Filippini, ordinario di economia politica alla Bocconi. «Il problema però è che troppo spesso nella storia il tiranno deposto è scappato con la cassa, è riuscito cioè a spostare in qualche paradiso fiscale fette anche ingenti della ricchezza del paese. È successo con Mobutu, con Bokassa, con Milosevic, con Noriega, non mi stupirei se succedesse anche con Gheddafi». Il problema riguarda l'intero scacchiere del Medio Oriente in fiamme. Con una patrimonializzazione complessiva superiore ai 2.500 miliardi di dollari, i Fondi sovrani dei paesi arabi, grandi contenitori di petrodollari in grado di spostare con sconcertante rapidità ingenti somme in ogni parte del pianeta, sono gestiti con criteri monocratici molto simili a quelli libici. Lo è l'Abu Dhabi Investment Authority, il colosso da 627 miliardi di dollari che ha salvato dalla bancarotta Citigroup due anni fa comprandone il 4,9% con 7,5 miliardi. Lo sono la Dubai Investment Corporation che ha investito, sempre nei momenti bui della crisi, 1,8 miliardi nella Deutsche Bank e poi ha rilevato il 3,2% della Airbus e il 6% di Hsbc, oppure il fondo Aabar ancora di Abu Dhabi che è entrato nel capitale della Mercedes e di Unicredit. E lo sono naturalmente i Fondi di paesi già investiti dal domino arabo come l'Oman, l'Algeria e il Bahrein, dove le prime sommosse sono state represse nel sangue. Né è diversa la situazione in Arabia Saudita, dove il re Abdullah, 87 anni, è rientrato precipitosamente dopo tre mesi di soggiorno all'estero per motivi di salute, e ha stornato con la massima disinvoltura 38 miliardi di dollari dal fondo sovrano del suo paese (consistenza: 439 miliardi) destinandoli a infrastrutture, programmi scolastici e di edilizia popolare, addirittura alla trasformazione da un giorno all'altro di 60mila contratti pubblici da precari a tempo indeterminato. Tutto il possibile per prevenire il vento di rivoluzione nonché la dimostrazione di quanto sia personalistica la gestione di questi potentissimi strumenti finanziari. In tutto il mondo arabo, mentre i Fondi continuano a rimpinguarsi perché i proventi petroliferi sono ai massimi (il Brent valeva venerdì 116 dollari al barile), la spinta popolare alla democrazia apre un problema di trasparenza economica di cui non si scorge la soluzione. Le situazioni variano solo lievemente da stato a stato. «Negli Emirati Arabi Uniti sono stati fatti importanti passi avanti verso una governance accettabile: ci sono, per ogni Fondo (sono diversi perché ad ognuno afferiscono i proventi del greggio estratto in una certa area, ndr ) consigli d'amministrazione, comitati di sorveglianza, revisori dei conti», spiega Renato Giallombardo, avvocato internazionale che sta ana caso vengono assimilati nelle valutazioni degli analisti agli hedge fund: entrambe le categorie rispondono a un'autorità unica, il contrario di quanto accade per gli altri due protagonisti della finanza globale, i fondi pensione e quelli d'investimento», riflette Giorgio Arfaras, capo economista del Centro Einaudi. «Il coefficiente di imprevedibilità in caso di cambio di regime è molto alto». Un solo elemento arriva a conforto: «Anche se cambiano i regimi, indipendentemente dalla violenza o meno dei sommovimenti, si deve realisticamente pensare che questi fondi continueranno ad accumulare surplus petroliferi e ad investirli in Occidente», commenta Giorgio Sacerdoti, ordinario di diritto internazionale alla Bocconi. Che solleva però un problema: «Non è chiara la modalità del congelamento imposto dall'Onu, oggi per Gheddafi ma domani chissà per quale monarca fra tutti quelli a rischio nel mondo arabo privo di democrazia. Allora: d'accordo che viene bloccata la possibilità per il sovrano e i suoi collaboratori di disporre di fondi accumulati a titolo personale in un modo o nell'altro in Occidente. Ma è anche bloccato il loro potere di firma per le partecipazioni del Fondo nazionale? Se oggi arriva il capo del Lia e dice: liquidate la quota in Unicredit e versatemi il corrispettivo nelle isole Cayman, cosa succede?» La risposta non è semplice e apre una sottile quanto cruciale questione giuridica, che è opportuno ricostruire in vista dei possibili sviluppi. I fatti sono i seguenti. Il sequestro conservativo dei beni libici, qual è quello chiesto dall'Onu, è stato esteso al Fondo sovrano in America perché lì è meno netta la separazione dei poteri e quindi è più diretta l'esecutorietà giudiziaria di un provvedimento del governo. Perfino in Svizzera hanno ormai meno formalismo, scottati da tante controversie come quella sull'oro degli ebrei di qualche anno fa: sequestrano beni e fondi senza discriminazione su input politico con rapidità, poi si vedrà. Nell'Europa comunitaria tutto è più difficile, non a caso il provvedimento dell'altro giorno riguarda solo i beni personali. Spiega Gianmatteo Nunziante, avvocato internazionale con uffici a Tirana e Istanbul: «C'è anche il problema di non seminare il panico: immaginiamo che il governo italiano sequestri tutti gli asset del fondo sovrano libico, comprese le partecipazioni azionarie non direttamente riconducibili al leader. Sentendosi minacciati dal precedente che si verrebbe a creare, gli altri Fondi sovrani potrebbero riconsiderare le loro politiche di investimento». Potrebbero insomma smettere di investire in Italia o in qualsiasi altro paese che non li tuteli, e arrivare anche a ritirare gli investimenti in essere. Anche quanto all'efficacia del provvedimento, Nunziante è scettico: «A parte che è ancora in vigore un decreto del 1926 che impone per una misura del genere l'autorizzazione del ministero di Giustizia, c'è il decreto 63 del 2010 poi convertito in legge, che dispone la sospensione del procedimento conservativo nel caso in cui lo stato libico dovesse impugnare il provvedimento presso la corte dell'Aja». Come se non bastassero le incertezze, infine, è poco chiara la capacità della direttiva europea di forzare la mano agli stati imponendo il sequestro. Insomma, si tratta di giocare con accortezza su tanti tavoli, da quello giudiziale a quello politico, per non provocare la fuga degli investitori arabi, i quali d'altronde hanno cominciato ad investire in Occidente, ampiamente benvenuti, da non più di tre-quattro anni. Prima si concentravano nel Maghreb e in Mediorente. Potrebbero ora "rientrare" verso queste aree, tanto più se, passata questa grande stagione riformatrice, si creeranno le condizioni per un nuovo prepotente sviluppo. Sarebbe per l'Occidente l'ultima beffa.


   





P.IVA 06080161000